Autore: fr4ssetto Topic: Ripopolamento Vipere, una leggenda metropolitana rispolverata.  (Letto 3232 volte)

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In questi giorni, un nostro concittadino è stato morso da una vipera. Fortunatamente dopo una degenza in ospedale è tornato a casa, da premettere che il luogo dove è stato morso è in campagna presso la sua abitazione, ma da quel momento si sono sparse notizie di avvistamenti e catture anche all'interno del centro abitato.
Come sempre accade, in questi casi la colpa è stata data ad un ripopolamewnto eseguito dalla G.Forestale con l'ausilio di elicotteri.
Dopo una rapida ricerca su internet, posso affermare che questa voce altro non è che una leggenda metropolitana, che viene rispolverata all'occorrenza.
In realtà è   l'incuria del territorio e della periferia, l'abbandono dell'allevamento di animali da cortile tipo tacchini e maiali che tenevano lontani i serpenti e il costante allontanamento dalle campagne delle famiglie.
Allego alcuni articoli sull'argomento;

IL SOTTOBOSCO GIUGNO 2002 3
Nascita di una leggenda metropolitana
La storia delle “vipere volanti” a Reggio Emilia
A Reggio Emilia, nella metà degli anni settanta, fu organizzato uno
scherzo che non verteva soltanto sulle vipere, ma sulla fauna in generale.
Lo scherzo nacque nell’ambito del Gruppo Speleologico Chierici, dei
Civici Musei: uno dei componenti, un veneto studioso di rettili, aveva
spiegato che la ditta “Sclavo”, produttrice del siero antivipera, e collegata
alla Cassa di Risparmio di Verona, spingeva una campagna di stampa
per far credere in un massiccio aumento della popolazione di vipere: un
aumento da lui mai notato nelle proprie ricerche. Si decise di costituire il
“Gruppo Ripristino Ambiente Selvaggio”. Nell’Appennino reggiano era
già in corso un ripopolamento che, se si escludono i cinghiali e i mufloni,
era dovuto prevalentemente a motivi naturali, così si decise di presentarsi
come gli artefici di questo fenomeno: persone che, contro i cacciatori,
lanciavano vipere in collina e in montagna, ma anche volpi, falchi, poiane,
aquile, mufloni, cinghiali; nell’Appennino c’erano ancora lupi, come
è stato dimostrato recentemente dal ricercatore Francisci, presso il “Parco
del Gigante”, ma non lo si sapeva quando il gruppo comunicò che li
avrebbe lanciati sulle montagne. Il “Resto del Carlino” titolò: “No, per
favore, i lupi no”. Nei periodi in cui i giornali hanno poco da scrivere furono
mandati ai quotidiani locali comunicati in cui si dava conto
dell’attività e dell’evoluzione della fauna che ottenevano sul territorio.
Lo scherzo andò avanti per tre anni, con grande ospitalità sui giornali locali.
Quando scrissero che le vipere erano aumentate a dismisura perché
erano falliti i lanci di rapaci che avrebbero dovuto controllarne la popolazione
avvenne il salto qualitativo: ne parlò la “Stampa” di Torino, con un
lungo articolo a una colonna e, per non essere da meno, il “Corriere della
Sera” riprese la vicenda, sempre sulle pagine nazionali, con un articolo
ancor più lungo, titolo a due colonne. I redattori insistevano sui teppisti
che lanciavano le vipere; la “Domenica del Corriere” fece una copertina,
con un disegno alla Beltrame che mostrava personaggi intenti a versare
vipere, contenute in cestoni di vimini, in una zona frequentata da cacciatori.
Ne parlò il Giornale Radio, terza notizia italiana verso le 22.30, e ne
parlò Lelio Luttazzi nella sua Higt Parade.
Rapida carrellata sugli effetti di questo scherzo. In una trattoria
dell’Appennino una copia di quella “Domenica del Corriere” è stata accuratamente
conservata, perché, spiegò l’ostessa, i cacciatori volevano
vederla e rileggersela; a metà degli anni ottanta il sindaco di Villa Minozzo,
polemizzando con i “Verdi”, li accusò di essere degli irresponsabili
lanciatori di vipere; alla loro indignata replica, fece pubblicare sui giornali
la foto di un bidone di benzina arrugginito, abbandonato alle pendici
del Monte Cusna (la cima più alta del reggiano), che portava la scritta
“Vipere”. In montagna è d’uso mettere questa scritta dove qualcuno ha
visto una vipera, per allertare altri escursionisti: non è necessariamente
uno scherzo. Comunque, per il sindaco, le vipere erano state lanciate
dentro il bidone: con la sua brava scritta, evidentemente per evitare che il
pilota e il suo equipaggio si confondessero e lanciassero altre bestie. La
convinzione che qualcuno abbia artificialmente popolato l’Appennino di
questi rettili si è affermata non soltanto in montagna, ma anche in pianura,
fino al Po: qualche anno fa un tipo che aveva ucciso, pressoché in riva
al Po, una biscia di quasi due metri, perciò non una vipera, ebbe l’onore
di un’intervista con foto su un giornale locale: alla domanda “Ma non è
troppo lunga per essere una vipera?”, il signore rispose, all’incirca “Sì,
da noi le vipere sono più corte: questa deve essere una di quelle lanciate
dagli elicotteri”.
Da notare che il “Gruppo Ripristino Ambiente Selvaggio” non aveva mai
parlato di una propria flotta aerea: nei loro comunicati lasciavano intendere
di portare le vipere a piedi (loro, non le vipere) sul posto. Ma la parola
lanciare, abitualmente usata nel ripopolamento di fagiani e lepri, viene
anche intesa come paracadutare. (Otello Incerti)
(Articolo pubblicato su “Il Fungo”, periodico del Gruppo
Micologico e Naturalistico “Renzo Franchi” di Reggio
Emilia (A.M.B.) – Anno XX, n. 1 Marzo 2002)
Riflettiamo,la colpa è dell'uomo, ma dell'uomo in sè non delle istituzioni.
Stefano Frassetto

 

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