Autore: a.merenda Topic: LIBRI. Ancora più grandi?  (Letto 712 volte)

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Offline a.merenda

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LIBRI. Ancora più grandi?
« il: 18:14:12 pm, 01 Agosto 2011 »
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  • “Come si esce dalla società dei consumi” di Serge Latouche

    Sviluppo, progresso, crescita: non bisogna certo scomodare i più profittanti capitalisti per sentire pronunciare, ancora una volta, questi termini-feticcio, queste
    ricette che promettono una cura sicura contro la crisi, queste idee tanto sbandierate come portatrici e anzi sinonimi di benessere certo per tutti. Come si esce dalla società dei consumi (Bollati Boringhieri 2011) è l’ultima pubblicazione di Serge Latouche,economista noto per essere uno dei principali teorizzatori e sostenitori della ‘decrescita’ – il contrario dei suddetti concetti, economicamente parlando. Più che di un testo organico si tratta di una raccolta di contributi recenti: rispetto ai precedenti libri il discorso è aggiornato all’attuale crisi economica.
    L’obiettivo è proporre l’unica via d’uscita possibile da questo stato – e dunque anche da questo Stato. «La via della decrescita è quella della resistenza al rullo compressore dell’occidentalizzazione del mondo, del dissenso nei confronti del totalitarismo rampante della società dei consumi globalizzata», leggiamo
    già nella prefazione. È chiaro che economia e politica sono la stessa cosa, due aspetti dello stesso potere: pertanto sottrarsi al consumismo è già opporsi all’oligarchia. Purtroppo ciò non basta: un mondo con delle risorse limitate non può accogliere una società dagli appetit sconfinati – quella della crescita
    promessa da tutte le parti politiche e abbracciata con entusiasmo da ogni telespettatore-consumatore. Basta un rapido calcolo: anche una crescita annua dello 0,7%, considerata una stagnazione, porterebbe al raddoppio ormai insostenibile nel giro di un secolo. A questo punto anche i propugnatori del pretenzioso
    ‘sviluppo sostenibile’ sono messi all’angolo; «un solo scenario è dunque credibile e sostenibile: quello della sobrietà, secondo le raccomandazioni dettate dall’idea della decrescita».
    Se vogliamo uscire dal ‘totalitarismo produttivista’, prima dell’azione (che Latouche auspica pacifica e non-violenta) è necessaria una solida critica. Bisogna andare alla base del sistema economico imperante. Bisogna capire che crescita economica non significa ricchezza per tutti, ma sfruttamento per i più («se fosse vero che la crescita produce meccanicamente il benessere, oggi tutti noi vivremmo in un paradiso», annota amaramente l’autore). Bisogna considerare che le risorse energetiche, così come le conosciamo e consumiamo oggi, non sono infinite. Bisogna, soprattutto, comprendere che il sistema è basato su fragili ma pervasive menzogne. «I tre pilastri del sistema consumistico sono la pubblicità, che crea instancabilmente il desiderio di consumare, il credito, che fornisce i mezzi per consumare anche a chi non ha denaro (grazie al sovraindebitamento), e l’obsolescenza programmata, che assicura il rinnovamento obbligato della domanda». Per demolire questi pilastri, accelerando così il crollo di tale sistema esiziale, i sostenitori della decrescita propongono le ‘Otto R’: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Si va pertanto oltre le tre o quattro R dell’ecologia: il riciclo è vano, se si continua a produrre forsennatamente – e ancora di più, ché tanto si ricicla tutto.. I punti programmatici più prettamente sociali riprendono molte delle intuizioni che Ivan Illich (pensatore libero e libertario mai sufficientemente compianto) aveva avuto già negli anni Settanta: è auspicabile una nuova convivialità, in cui la ricchezza non è data da misure economiche ma da qualità quali i sentimenti, i saperi, la condivisione, la solidarietà. Questa è una via per la felicità più etica, più equa e soprattutto più praticabile rispetto a quella proposta dal capitalismo consumista. Da un lato, dunque, dobbiamo recuperare quelle attività umane strappate dalle aziende e dalle burocrazie, per riapprodare a una autoproduzione che è la base della propria libertà; dall’altro ci serve un sapere descolarizzato, non offuscato dalla propaganda, che ci permetta di valutare correttamente ’effettiva convenienza di certe nostre pratiche quotidiane (come ad
    esempio l’uso dell’automobile, assai meno efficiente della bicicletta...). Per Latouche bisogna abbandonare definitivamente l’obiettivo della crescita: un’autentica dimensione sociale e politica può essere ritrovata solo al di fuori dell’attuale paradigma economico. Giacché lo sviluppo non è sostenibile né durevole, dobbiamo anzitutto ‘decolonizzare l’immaginario’, ossia «rifiutare l’immaginario della società della crescita e la religione dello sviluppo economico illimitato»; di più,
    «bisognerebbe demistificare e demitificare il grande racconto occidentale della crescita, del progresso, con la rivoluzione industriale e i miracoli della tecnologia, racconto che ha largamente contribuito alla formattazione delle menti secondo i parametri della società dei consumi ».
    Alla fine si giunge alla fatidica domanda: la decrescita può essere la via d’uscita dalla crisi? Latouche sostiene che «la crescita è quello che rende il capitalismo sopportabile»: è vero che la torta, almeno in apparenza, è cresciuta; tuttavia è aumentata anche la sua tossicità – a danno non solo dell’ambiente e del futuro (che stolidamente reputiamo remoti nello spazio e nel tempo), ma di noi tutti, qui e ora. Paradossalmente «la crisi ci offre l’opportunità di costruire una società ecosocialista più giusta e più democratica, una società di abbondanza frugale, fondata sull’autolimitazione dei bisogni». E se ciò non è ancora anarchia, tuttavia le si avvicina parecchio... Forse una delle più grandi delusioni dei nostri tempi così ‘democratici’ è l’appurare che «anche il  progetto redistributivo del comunismo originario si è dissolto nel consumismo». Basta guardarsi intorno. Chi da una parte dice ‘credo nello sviluppo e nella crescita’ non intende niente di differente rispetto a chi dall’altra auspica una città ‘ancora più grande’. Cambiano le facce, non le idee; per diversi basta un buon dizionario dei sinonimi.   

    Davide Tomasello




    Mi è capitato di leggere, già durante i miei studi, le analisi di Latouche. Il fondamento, come per altri autori, sta nel considerare la crescita innanzitutto componente dello svilupo e non un mero sinonimo. Per alcuni, poi, come Latouche, anche lo stesso concetto di sviluppo va preso con le molle poichè da relativizzare con le risorse, finite, terrestri in rapporto alla popolazione.
    Ciò che in questo tipo di analisi, a mio parere, non si tiene in debita considerazione è il ruolo che intercorrerà fra tecnologia del terzo millennio e capacità d'acquisto dei cittadini.
    In altre parole voglio dire che bisognerebbe cominciare ad immaginare un mondo dove un lavoratore x, nel momento in cui compie onestamente il proprio dovere, ha diritto ad una quantità di beni tali da poter consentire soddisfazione a lui e famiglia. Ecco che in una siffatta organizzazione economica e sociale ci si sposterebbe dal produrre entro un quadro competitivo basato sulla sopraffazione dell'altro (il surplus non è altro che questo) verso una competizione delle arti dove la reputazione sarebbe l'ascensore sociale che ci differenzierebbe.
    Certo, più facile a dirsi che a farsi. Ed è per questo che della sopra riportata analisi ciò che colgo con maggior favore è "l'esercizio di azzeramento mentale" . Il tentativo di non pensare per stereotipi cercando di focalizzare bene quello che ci può servire per vivere al meglio. Serve una ricontrattazione sociale dei valori portanti delle società. E' necessario mettere in risalto il sentire comune che vada oltre i confini politici delle nazioni. E' fondamentale ristabilire una scala di priorità che possa dirsi umana.
    Da dove cominciare?
    Dal diritto alla vita, tramite rete mutualista, volta a garantire a tutta la popolazione mondiale il quantitativo energetico (alimentare e non) per vivere degnamente.




     

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